Il Southworking in Italia come rilocalizzazione di valore

di Giuditta Spassini

Nella rosa di fenomeni che la pandemia ci ha regalato come oggetti di studio, il South Working in è uno di quelli con un maggiore potenziale in Italia. Avvenuto sin dal primo lockdown, è stato subito oggetto di grande curiosità: cosa spingeva tutti questi lavoratori delle grandi città del Nord a far fagotto per tornare, temporaneamente o in via definitiva, al Sud? Che ne sarebbe stato di Milano, ma anche delle periferie ripopolate? Si trattava di un matrimonio lungo e felice, o di una parentesi di convenienza?

Cause e inizio

I motivi del South Working sono diversi.

Si inizia con il costo dei beni e servizi, che al Sud Italia e nelle isole più grandi è in media ridotto rispetto al Nord, ma non possiamo trascurare anche il desiderio di molti lavoratori da remoto di vivere fuori dai ritmi frenetici di una città, o in un contesto visivamente meno urbanizzato.

C'è anche chi cerca il ricongiungimento famigliare, ottenendo quindi un migliore bilanciamento vita privata/lavoro.

Questa riscoperta del Sud e delle isole come sede lavorativa non sarebbe stata possibile senza l’impennata del telelavoro in Italia, che nel 2019 coinvolgeva meno del 5% del totale degli occupati, mentre nel secondo trimestre del 2020 esplode al 19,4%, per un totale di 4 milioni di occupati (fonte: ISTAT).

Una buona parte di questi lavoratori - e non solo chi proveniva dal Sud - ha approfittato dell’aumento della mobilità che il lavoro da remoto consentiva: secondo Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno), questa categoria annovera 45mila i lavoratori alla fine del 2020.

Il risultato è uno scenario che è già cambiato, dove si è denunciata la differenza di indotto degli esercizi commerciali tra città e periferie, con toni che si alternavano tra allarmistici ed entusiasti (a seconda della provenienza geografica dell'esercente o del commentatore, di solito).

Ma quel che è più interessante è il medio e lungo termine: queste nuove micro-comunità di South worker potranno diventare o sono già diventate il motore di una rilocalizzazione? 

Chi sono i South worker?

I South worker a cui si riferisce la cronaca sono per lo più gli emigrati di ritorno nelle proprie terre natie.

Però questa affermazione conserva una buona parte di approssimazione: non tutti i lavoratori da remoto al Sud sono "tornati".

Molti sono stranieri, altri italiani senza vincoli territoriali, i quali una volta in grado di cambiare liberamente il proprio luogo di residenza hanno scelto il Sud o le periferie per la superiore qualità della vita o per assaporare dei ritmi di lavoro meno stressanti.
Non sempre si identificano come "nomadi digitali", a differenza delle comunità di lavoratori full-remote in Sudamerica o alle Canarie, ad esempio.
Ne esistono in molte città siciliane, Palermo in primis, ma anche in Salento, all'isola d'Elba e nei pressi di alcune spiagge sarde.  

Siamo di fronte a un fenomeno che va oltre l’Italia e che si interseca con la Great Resignation e con il desiderio dei lavoratori di scegliere non solo il lavoro che vogliono fare, ma anche una sede lavorativa in linea con le proprie aspettative.

E le aziende?

Anche se i lavoratori tornano al Sud Italia, le aziende ancora non li seguono.

I dati parlano chiaro: la maggior parte delle aziende è rimasta concentrata nel Centro Nord, senza variazioni significative tra il 2020 e il 2021 in termini di apertura di nuove sedi.

I fenomeni del South Working e della delocalizzazione producono quindi un indotto economico nel territorio molto simile a quello che producono le rimesse degli emigrati o dei transfrontalieri: il reddito viene creato altrove, ma il potere d’acquisto si esprime nel luogo di residenza, dove vivono lavoratori e famiglie. 

In generale, possiamo dire che senza un ampliamento del tessuto produttivo in periferia e al Sud, come conseguenza di queste migrazioni, difficilmente la situazione cambierà strutturalmente. Mentre questi lavoratori si ri-localizzano volentieri, ad esempio rimanendo coinvolti nella politica locale, o iniziando attività di valorizzazione del territorio d'approdo, forse non necessariamente investiranno in un business con la sede fisica o operativa nel loro luogo d'arrivo.

Essendo un fenomeno per larga parte sommerso, possiamo tentare di trarre qualche spunto da altri casi simili. Ad esempio, analizziamo gli studi che abbiamo a disposizione sugli effetti del fenomeno delle rimesse: notiamo che l’invio di denaro a Paesi esteri (molto interessante il caso dell’India e del Marocco) si riferisce sempre a situazioni in cui la disparità di reddito tra luogo di invio e luogo di destinazione è molto alta.
Ciò rende virtualmente molto più semplice aprire nuove aziende nel luogo con minor potere d'acquisto, e magari più risorse naturali e manodopera a basso costo.

La forbice della disparità tra Francia e Gambia (ad esempio) non è comunque paragonabile a quella tra Milano e Palermo.

Inoltre, queste rimesse - così positive per i territori d'arrivo - vedono sempre masse di lavoratori molto nutrite. Invece, in Italia le stime parlano di 45mila lavoratori.

Forse questo numero esiguo modificherà lievemente l’indotto locale di qualche cittadina, ma da solo non sposta molto, e di sicuro non colma le disuguaglianze di un Paese.

Verso il Sud o verso le periferie rurali?

Il Southworking è un'eccezione storica: mentre normalmente nei periodi di contrazione dell'economia si assiste a un esodo dalle campagne (si veda la crisi del Dopoguerra) e a un aumento di urbanizzazione, la pandemia ha consentito il percorso contrario.

Lo dimostrano le vendite immobiliari, che hanno mostrato per tutto il 2020 e parte del 2021 una netta preferenza per case più rurali e dotate di più stanze, quindi potenzialmente adeguate al telelavoro.

Solo quando la tecnologia e il mercato l’hanno concesso, questi remote worker hanno potuto operare una scelta spontanea, spostandosi in un contesto rurale, in cui un eventuale altro lockdown sarebbe risultato più vivibile. 

Attenzione però ad utilizzare il termine "rurale" con leggerezza, perché anche in questo caso il lavoratore remoto potrebbe non identificarsi appieno con la comunità d'arrivo.

Può essere un esercizio utile riprendere la distinzione classica tra società urbana e società rurale, quella iniziata da Thomas Hobbes e teorizzata dal sociologo tedesco Ferdinand Tönnies: semplificando, in città vige l'individualismo, l'interesse verso l'accumulo di capitale, invece la campagna conserva una forma societaria pre-industriale, ancora orientata a romantici valori di appartenenza, famiglia, legami sociali.

Questi lavoratori da remoto stanno abbracciando una forma diversa dell'esistenza, o semplicemente inseguono una qualità di vita migliore?

Se fosse la seconda, saremmo di fronte a un "Miracolo a Milano" al contrario. Nessuna rilocalizzazione, solo uno spostamento fisico, a fronte del mantenimento del proprio sistema di valori.

I South Worker mettono radici?

Circola una narrazione molto stereotipata della figura del South worker, che lo assimila a quella del nomade digitale: sono giovanissimi, abbronzati, hanno il portatile in grembo e lavorano da una splendida montagna, da una spiaggia assolata, con a fianco calici di vino e noci di cocco collocate in improbabili scenari paradisiaci.

Certamente si nota, parlando con le comunità di Southworker, il radicamento a una sola città/provincia/regione del Sud. Invece, i nomadi digitali solitamente si spostano nelle più note comunità di consimili, da Bali in Indonesia, alle isole Canarie, alla Thailandia, al Sudamerica.

Il rischio di questa tendenza del nomade digitale è di non valorizzare le realtà periferiche meno "avvenenti", dove le piccole aziende si spopolano e chiudono.

Inoltre, il lavoratore nomade in spiaggia potrebbe non sentire quel vincolo territoriale necessario per mettere in atto una reale crescita, una costruzione in loco.

Forse invece il Southworker, proprio per la sua vena semi-sedentaria, potrebbe avere qualcosa in più da dirci. Pare confermarlo l’associazione italiana “South Working”, che riporta la volontà del South Worker di creare una rete di valore nel territorio nel quale va a vivere, dato che il luogo ameno NON è una tappa di un ondivago percorso di nomadismo, ma piuttosto una scelta consapevole di rilocalizzazione, di investimento su un nuovo territorio.

Rilocalizzazione efficace

Ad oggi è difficile capire se, oltre all’indotto economico immediato dei piccoli centri di spesa periferici, il South Working porterà anche altri benefici in termini di tessuto imprenditoriale e infrastrutture.

A questo proposito va spezzata una lancia a favore delle app di lavoro da remoto o di freelancing che si impegnano attivamente a contrastare lo spopolamento dei territori, come la piattaforma svizzera uWISE che mette le aziende in contatto con lavoratori locali, preferibilmente studenti e neolaureati. Queste realtà spingono verso una rilocalizzazione virtuosa e basata su benefici strutturali per le zone periferiche, senza accezioni di transitorietà e di nomadismo.

Forse queste piattaforme non bastano a sortire gli effetti di un nuovo Piano Marshall per i contesti rurali e per il Sud Italia; però sono il sintomo di qualcosa che si sta muovendo.


 




Il lavoro in Ticino tra calo demografico e nuove opportunità